La mia idea di politico si avvicina a quella di una persona quanto più vicino possibile all'eccellenza nel suo campo. Una persona eccezionale quindi, che sia in grado di governare un paese sia nei momenti di prosperità che nei momenti di grave crisi (come quello attuale). Inoltre, me lo immagino come una persona con grande senso di responsabilità e di cristallina trasparenza e onestà. Queste ultime tre qualità dovrebbero essere garantite dalle leggi dello stato; cosa che non è, ne prendo atto.
Detto ciò, ritengo impossibile che una persona dalle suddette capacità possa rinunciare al riconoscimento materiale di ciò che gli è dovuto. Si chiama
onestà intellettuale, si chiama
riconoscimento del merito, se preferite:
meritocrazia. Altrimenti tenetevi gli Scilipoti, i Gasparri, i Rosy Bindi e tutto il circo annesso. Perché, che vi piaccia o no, l'unico modo per combattere questa marmaglia di incapaci o nullafacenti, non è quella di abbassargli lo stipendio (cosa che allontanerebbe ancora di più i meritevoli), ma è quella di aumentare la selezione, per buona pace di Darwin.
Inorridisco poi al pensiero che il politico non possa fare delle proprie capacità una professione. Il limitare le candidature o eliminarne i privilegi (parlo di riconoscimenti
equi, non certo del rimborso del dentifricio o della scorta per andare all'Ikea), rende maggiormente appetibile la cedevolezza alla corruzione.
Nel mio mondo perfetto chi merita guadagna e chi sbaglia paga. Se si vuole fare una riforma seria della politica, forse bisognerebbe partire da questo principio.
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